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VALZER CON BASHIR

regia: Ari Folman
Animazione (87')
anno: 2008


La professoressa Zahava Solomon è un’esperta di patologie da stress post traumatico. E’ a lei che si rivolge Ari Folman, regista ed interprete di Valzer con Bashir, per cercare di risalire alla scena primaria, causa del trauma che affligge la sua memoria. La rimozione dolorosa riguarda quello che avvenne a Beirut il 13 settembre del 1982, quando il comandante capo delle Forze Libanesi, Gemayel Bashir, venne assassinato in un attentato organizzato da gruppi di terroristi palestinesi. Quell’episodio tragico ne generò un altro, più drammatico, esattamente due giorni dopo: il massacro nei campi profughi di Sabra e Chatila ad opera dei falangisti cristiani, seguaci di Bashir, che uccisero, con quella feroce determinazione che solo il fanatismo sa provocare, milioni di uomini, donne e bambini palestinesi per vendicare la morte del loro idolo. La catena di ritorsioni, che quell’atto spaventoso innescò, continua a mietere vittime innocenti, come apprendiamo in questi giorni nelle telecronache dalla Striscia di Gaza. E’ la testimonianza trasfigurata della memoria a costituire l’oggetto del necessario excursus cinematografico innescato da Folman. Agganciandosi a esso, nel corso del dialogo "generatore", l’arguta professoressa Solomon mette a fuoco l’esemplare episodio che ha per protagonista un fotografo incontrato nel 1983: questi, alla domanda della studiosa su come fosse riuscito a elaborare la terribile esperienza di testimoniare la barbarie dell’eccidio durante il conflitto, rispose di aver immaginato che tutto quello che si proiettava di fronte ai suoi occhi fosse solamente una finzione, come se egli si trovasse su un set da inquadrare con l’obiettivo. E questo fino a quando si trovò di fronte alla realtà di alcuni cavalli massacrati: un’immagine capace d’incidere sulla sua assopita coscienza di testimone. E’ questa una delle tante immagini splendidamente evocative di questo capolavoro che ha conquistato il pubblico e la critica dello scorso Festival di Cannes senza (lo rammentiamo con rammarico) portarsi appresso nessun riconoscimento.

Valzer con Bashir, folgorante apologo sulla resistenza alla rimozione e all’oblio, ha un incipit potentissimo che ci proietta dentro l’incubo, quello di Boaz Rein Buskila, un vecchio amico di Folman, che, una sera, in un bar, gli racconta di ventisei cani inferociti che lo minacciano. Apprendiamo così che il regista e documentarista ha rimosso ciò che avvenne in Libano nei primi anni ’80. I ventisei cani inferociti perseguitano l’amico Boaz nei suoi sogni perché nell’arco di una notte, in un villaggio palestinese, all’inizio della guerra, nell’estate dell’82, toccò a lui, terrorizzato dalla guerra ed incapace di sparare, di uccidere quelle bestie. Partendo da questo dialogo con Boaz, Folman inizia a percorrere, incontrando i suoi vecchi commilitoni, le tappe del proprio passato. Attraverso la sua storia ricostruiamo così l’altra Storia, quello di un massacro che è costato le vite di migliaia d’innocenti. Andando a trovare il suo migliore amico, lo psichiatra e regista Ori Sivan racconta di un rinomato esperimento buono a stimolare la memoria: il viatico è una foto scattata in un luna-park con al suo interno alcuni soggetti riguardanti l’infanzia di un gruppo di persone. L’ottanta per cento del gruppo sottoposto al test affermò di non ricordare il fatto e soltanto in pochi affermarono di avere memoria di quella giornata. E’ dunque aderendo alla prospettiva di un doppio sguardo indagatore che il film di Ari Folman s’impegna ad offrire una mediata e meditata ricomposizione espressiva di una realtà dolorosa e coinvolgente.
Il disegno animato è funzionale a modellare corpi e parole con un effetto straniante che è accentuato dalla splendida colonna sonora di Max Richter, impregnata di sonorità rock dalle quali erompono squarci evocanti un giro di valzer, ballata macabra che commenta una sequenza struggente, dove Shmuel Frenkel, un soldato che individuava nella colonia Patchouli uno stile di vita, rimane sotto la minaccia dei cecchini a sparare in aria col suo fucile, iniziando a danzare tra i proiettili, mentre appare l’immagine gigantesca di Bashir su un telone, preludio di quelle, strazianti, del massacro di Sabra e Chatila. La tecnica realizzata per Valzer con Bashir dall’illustratore e art director David Polonsky è simile a quella utilizzata dal regista Richard Linklater per Waking Life e A Scanner Darkly con una variante in più: se, in quest’ultimo, la tecnica del rotoscopio definisce i contorni dei personaggi, in quest’occasione l’immagine è stata ridisegnata per intero ottenendo un vivido impatto visivo ed emotivo.

Nei continui richiami pittorici intravediamo lo spirito visionario che apparenta questo film ai memorabili prototipi di Coppola e Kubrick: quando Folman, durante il primo flashback sulla guerra in Libano, riaffiora dall’acqua giungendo su una spiaggia della Beirut notturna con due compagni, il ricordo va al finale di Apocalypse Now. E quando un cecchino tiene sotto mira un plotone di soldati israeliani, l’esemplare situazione, che sintetizza il cul de sac di ogni guerra, ci riporta al sommo Full Metal Racket. Il film di Folman ci regala altre intense sequenze come quella ambientata in una nave militare, dove Carmi Cnaa’n, un amico del regista che vive in Olanda, sprofonda in un consolatorio sogno erotico dove una donna gigante completamente nuda lo conduce tra i flutti in un abbraccio spasmodico mentre la nave prende fuoco. Folman ci propone, inoltre, un emblematico parallelismo quando rievoca un racconto del padre che ha combattuto durante la Seconda guerra mondiale: lo struggente distacco alla stazione, dopo una licenza durata quarantotto ore, mentre i soldati russi di Stalingrado diretti al fronte salutano dai finestrini del treno le proprie mogli piangenti. E’ l’implacabile ciclo della Storia, le macabre assonanze che legano eventi diversi all’interno di un unico recinto di memoria, il tragico e ineluttabile destino della guerra. In un contrasto di colori che dal giallo sfuma sul blu elettrico, consegnandoci l’impatto cromatico di una malinconia lancinante, l’animazione si mostra funzionale a raccontarci, con piena libertà immaginativa, l’orrore di una condizione umana, e questo senza le reticenze e le edulcorazioni di un genere solitamente destinato agli adolescenti. Com’è stato per Persepolis di Marjane Satrapi nel suo bianco e nero stilizzato, Valzer con Bashir propone agli spettatori di ogni età la sua fondamentale metafora, chiudendo con immagini "live" capaci d’incidere sulle nostre coscienze, assopite del profluvio d’immagini: donne che piangono la morte dei loro cari ridotti a cadaveri ammucchiati per le strade e, per sigillo, la testa di un bambino incastrata tra le macerie. E’ la sintesi di un incubo che ogni memoria umana è condotta a cancellare, come se la rimozione fosse un gesto di salvezza per impedire gli intollerabili squartamenti interiori provocati dal rimorso e dal senso dell’orrore: spetta all’arte, e di conseguenza al cinema, il compito di riaprire queste ferite con una terapia del ricordo che funzioni da ammonimento, non si sa quanto efficace e definitivo.   Vincitore del Golden Globe 2009 come Miglior Film Straniero.

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