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L’ANIMA DI UN UOMO

regia: Wim Wenders

anno: 2002


Con L’anima di un uomo Wim Wenders gioca nuovamente la carta del documentario musicale dopo il sorprendente successo mondiale di Buena Vista Social Club e la controversa prova offerta in The Million Dollar Hotel. In particolare questo film s’inquadra in più ampio progetto, denominato “The Blues” appunto, prodotto da Martin Scorsese e consistente in sette escursioni filmiche sulla musica dell’anima, dirette tra gli altri dallo stesso Scorsese, da Mike Figgis e da Clint Eastwood. Rispetto a Buena Vista Social Club cambia il genere musicale, decisamente meno immediato dei ritmi latinoamericani, oltre ovviamente all’ambientazione, per quanto anche in questo caso permane un comune retrogusto nostalgico. Quel che non muta è inoltre la capacità di presa delle due pellicole e l’entusiasmo della riscoperta del mito musicale di riferimento: nel dettaglio qui l’obiettivo di Wenders si muove tra fiction documentaristica, filmati di repertorio e riprese on stage, il tutto per ricostruire nel modo più romantico possibile i tre bluesmen che hanno segnato la giovinezza del cineasta tedesco, ovvero Blind Willie Johnson, voce narrante delle proprie gesta e di quelle di Skip James e J.B. Lenoir, tre artisti accomunati dal trait d’union di un talento palesato al mondo soltanto tardivamente e senza grossi ritorni economici, a scapito di vite spesso vissute sul filo dell’indigenza. Come nel caso di Blind Willie Johnson, accecato tragicamente da bambino nel corso di un alterco familiare, baciato da un successo contenuto (e mai ricercato) e sepolto nell’oblio per gli effetti della grande depressione degli anni Trenta sull’industria discografica: scomparso artisticamente ma riesumato dal progetto Voyager nel 1977, quando uno dei suoi blues fu scelto tra i brani da inviare alla deriva dello spazio profondo come esemplificazione dell’arte umana. Oppure come nel caso di Skip James, adolescente contrabbandiere dotato di incredibile virtuosismo chitarristico e pianistico, scoperto relativamente presto ma, come il sopracitato collega non vedente, cancellato discograficamente dalla recessione economica, riscoperto solo trent’anni dopo, quando ricomparve dal nulla sulla scena del festival di Newport 1964, gravemente malato ma ancora in grande smalto interpretativo, ed in tempo limite per reincidere il proprio repertorio a beneficio degli appassionati. E, infine, come anche J.B. Lenoir, istrionico sessionman e compositore in anticipo rispetto ai tempi, stroncato da un tragico incidente sulla via di un tardivo successo ma capace di lanciare un blues impegnato che avrebbe marcato indelebilmente il genere negli anni a venire – impagabile la chicca d’epoca relativa a J.B. Lenoir: un documentario amatoriale girato da due ex studenti svedesi, rinvenuto e corretto da Wenders ad esclusivo beneficio degli amanti del blues –. Lo stesso entusiasmo impiegato dal regista tedesco nel ricostruire gesta e sventure dei suoi eroi di gioventù emerge, limpidamente, nelle numerose covers che punteggiano L’anima di un uomo, estrapolate dal repertorio dei tre artisti ed interpretate da un grande cast di emuli contemporanei dei nostri eroi: nomi del calibro di Lou Reed, Lucinda Williams, Nick Cave and the Bad Seeds, Beck, Bonnie Raitt, T-Bone Burnett, Cassandra Wilson e Los Lobos, tanto per citarne alcuni. L’anima di un uomo è stato presentato a Cannes 2003 come evento speciale fuori concorso.

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